martedì 15 maggio 2012

Il mio romanzo Sotto il cielo di Hale-Bopp

Pubblicato da Foschi all'inizio di aprile, ecco il mio romanzo Sotto il cielo di Hale-Bopp. Qui di seguito le prime recensioni.
L'Uomo Vogue (aprile) segnalazione dell'uscita.
Vogue Italia (aprile) Comet, bloody comet di Davide Bussi
http://www.vogue.it/magazine/libri-e-viaggi/2012/04/comet-bloody-comet
Comete messaggere di sventura? Solo vecchie superstizioni. Di certo, però, quella che illumina le notti di Ancona in un soffocante anticipo di primavera del 1997 non porta fortuna al pittoresco terzetto capitanato da Joe Delirio, ambiguo dj con velleità letterarie. Una catena di equivoci e imprevisti trasforma infatti un facile “colpo” nella casa di un’innocua vecchietta in un incubo grand­ guignolesco che travolge colpevoli e innocenti in una spirale di morte. Succede nel romanzo di Riccardo Angiolani “Sotto il cielo di Hale-Bopp” (Foschi), dove l’autore, sfasando abilmente i piani temporali, guida il lettore alla ricostruzione di un puzzle di eventi tragicomici sullo sfondo di una città poetica e inquietante. Eventi dai quali gli inadeguati e credibili protagonisti, sotto lo sguardo indifferente dell’astro chiomato, escono tutti irrimediabilmente perdenti. Beffati dal destino e sconfitti dalla vita.

Tra anni Ottanta e Novanta: Sotto il cielo di Hale-Bopp di Riccardo Angiolani
di Barbara Baraldi (18/04/2012 )
http://hotmag.me/barbariche/2012/04/18/tra-anni-ottanta-e-novanta-sotto-il-cielo-di-hale-bopp-di-riccardo-angiolani

Ci sono libri che, dopo averli letti, lasciano una scia dietro di sé, come una cometa fatta di emozioni luminose e contrastanti. Uno di questi è «Sotto il cielo di Hale-Bopp», il nuovo romanzo di Riccardo Angiolani appena uscito per i tipi di Foschi editore, in una collana curata da Eraldo Baldini. La storia è ambientata negli anni Novanta, durante il transito della cometa di Hale-Bopp, presenza inquietante e vagamente minacciosa che sovrasta le pagine del romanzo e le traversie dei protagonisti, tra i quali spicca Joe Delirio, definito «l’ultimo dj di quella gotica stirpe che negli anni Ottanta regnava su tutti i locali underground», determinato a recuperare un’antica reliquia dalla casa della nonna. Non un furto, sia chiaro – un recupero. Dopo aver messo insieme una banda di spiantati e un piano apparentemente inattaccabile, però, Joe scoprirà fino a che punto le cose possano andare male. Viscerale, «sporco», avvincente, a tratti grottesco, «Sotto il cielo di Hale-Bopp» racconta anche una serie di eventi collaterali alla trama principale, sulla quale si incastrano alla perfezione, conducendo la narrazione su piani temporali sfasati. La scrittura di Angiolani è pulita, scorrevole, punteggiata di inaspettati e gradevoli picchi di lirismo. E sembra di sentirlo, lo sferragliare dei tir della Statale 16 Adriatica, l’odore salmastro nel labirinto spigoloso del molo di Ancona, i sobbalzi per i sampietrini durante fughe rocambolesche per le stradine della città a bordo di una Uno scassata, le botte tra punk e skinhead al ritmo del riff corrosivo suonato da un basso elettrico.
Il libro è stata un’occasione anche per fare qualche domanda a Riccardo, quindi ciao Riccardo e benvenuto su Scritture barbariche. Il tuo romanzo è ambientato negli anni Novanta. Quali sono le sensazioni che ti scatena il ripensare a quel periodo?
Io mi ritengo un figlio degli anni Ottanta. Per la musica che ascolto, per il look (parola già di per sé così tanto Eighties), per certe idee sulla società e/o politiche che ho. Insomma, quelli sono stati gli anni della mia formazione. I Novanta, invece, sono stati per me il periodo in cui molto di ciò che avevo appreso o sperimentato nel decennio precedente l’ho messo in pratica in modo più sistematico e ragionato, mantendendo pur sempre l’entusiasmo e l’adrenalina punk. Ecco allora il mio impegno come dj in locali importanti delle Marche, dove allora vivevo, e anche le mie prime esperienze letterarie concretizzatesi nelle pubblicazioni con Transeuropa, in quegli anni fucina di talenti giovanili. Oggi a ripensare a quel periodo mi dà un senso di piacere, perché ho dei bei ricordi, soprattutto per quanto rigarda la seconda metà dei Novanta, quando, dopo essere stato a Roma per molto tempo, sono ritornato nella mia Ancona, dove tutto è cominciato.
Nel tuo romanzo, il passaggio della cometa di Hale-Bopp illumina le vite borderline dei protagonisti. Ti identifichi in loro? O la tua posizione è come quella della cometa, che osserva il loro dibattersi, i tentativi di affermazione della loro identità, alla ricerca di una redenzione che appare inafferrabile?
Mi piacerebbe fare la parte della cometa e guardare tutti dall’alto al basso. Ma devo ammettere che in ognuno dei personaggi c’è un pezzetto di me e delle persone che conosco. Quindi sì, mi identifico in loro; o forse sarebbe più corretto dire che un po’ di loro si identifica in me. Come dicevo prima, gli anni Novanta sono per me un bel ricordo, ma questo non si significa che siano stati anni felici. Ho avuto molte soddisfazioni, ma ho trascorso anche periodi molto cupi, per delusioni che hanno lasciato cicatrici che ancora oggi, di tanto in tanto, riprendono a sanguinare. E tutto questo è finito dentro, macinato e tritato, in “Hale-Bopp”. E poi la mia vita, lo dico senza esagerazioni, è stata sempre sull’orlo del borderline (se mi è concesso dire questa frase una po’ paradossale). Per tornare ai personaggi del romanzo, più che cercare una redenzione, credo che i nostri piccoli eroi non sappiamo proprio cosa cercare. Sono esseri viventi smarriti davanti al grande spettacolo della vita, che talvolta può essere davvero terribile come un film di Cronenberg o un racconto di King.
E cosa mi dici dei tuoi punti di riferimento nella letteratura? E ti confesso che mi piacerebbe una tua riflessione sul mondo letterario italiano e i suoi salotti.
Iniziamo dai punti di riferimento. So che può sembrare strano per un lettore che avrà fra le mani la storia di “Hale-Bopp”, ma i miei scrittori di riferimento arrivano da tutt’altro mondo. Amo Raymond Carver per il suo humor nero, lo sguardo lucido, freddo, il senso di minaccia che scopre nel quotidiano, ma anche per il suo forte amore per l’uomo e la compassione per le sue debolezze; leggo sempre con piacere Cesare Pavese, per il suo dolore palpitante; e poi Italo Calvino, che mi affascina per la sua scrittura pulita, per la sua lucidità mentale, per il suo guardare alla letteratura come a un gioco (si legga il bellissimo saggio “Cibernetica e fantasmi”), e per la sua idea di romanzo come progetto, costruzione. E il suo insegnamento mi è stato molto utile nel comporre il puzzle di “Hale-Bopp”: ricordo che avevo le pareti della mia stanza tappezzate da pezzi di romanzo, e poi c’era la cartina della città di Ancona, l’albero genealogico dei protagonisti, la pianta dell’appartamento… Invece non guardo film horror: ho paura!
Quanto ai salotti letterari, non saprei che dire. Non li frequento. Ho alcuni amici scrittori a cui voglio molto bene, punto.
Sei il frontman della band Stardom, lavori nella redazione di una rivista di primo piano come Vogue. Vivi di musica e di parole scritte. C’è una interazione tra i diversi mondi?
Be’, la fonte è la stessa: sono io, per cui è inevitabile che una qualche interazione ci sia. Però molto meno di quanto si possa credere. Per esempio, i testi degli Stardom non li scrivo solo io. Anzi, molto spesso sono opera degli altri componenti della band. Oppure di un lavoro a più mani. Certo non è un caso che si suoni musica new wave con forti tonalità dark e che anche la mia scrittura abbia toni cupi, ma è sempre ben presente anche l’aspetto comico e grottesco della vita.
Puoi anticipare qualcosa dei tuoi progetti futuri?
Adesso mi concentro sul romanzo appena pubblicato e cerco di promuoverlo. Posso anticipare, però, che sto lavorando su una raccolta di racconti. Invece, per quanto rigurada la musica, dopo “Soviet della moda”, con gli Stardom stiamo registrando in questi giorni il nuovo album, previsto per la fine dell’anno… anzi, del mondo, a sentire i Maya.


Corriere Adriatico di Riccardi Gigli 12/05/2012

La provincia mostra un volto oscuro e grottesco nell'intensa opera di Riccardo Angiolani “Sotto il cielo di Hale-Bopp” edita da Foschi. Una cinematografia intensa di eventi e suspense percorre il racconto con tensione elettrica, difficile sospendere la lettura e non rimanerne catturati. L'Ancona di Angiolani e un microcosmo duro e assurdo al tempo, la città dorica perde la sua faccia rassicurante per divenire teatro degli orrori di una banda di sgangherate marionette spinte dal destino. Il fato irride i personaggi della vicenda sotto l'influsso della fredda luce della cometa Hale-Bopp algidamente splendente sulle rocambolesche disavventure di un improbabile gruppo di anti-eroi nichilisti. “Sotto il cielo di Hale-Bopp” è un'opera complessa, varia, mai banale in cui il gioco dei richiami cinematografici e del citazionismo postmoderno si equilibra con momenti di narrazione classica, specie quando gli stravaganti protagonisti della vicenda si abbandonano al ricordo. Così l'improbabile Joe Delirio, ultimo leggendario rappresentante di una progenie di dj dark estinta sul finire degli anni Ottanta, fra una Camel e l'altra, fra una birra e un'imprecazione, regala ai lettori alcune delle pagine migliori del libro, nelle quali, con intensa nostalgia racconta la scomparsa in mare dell'amato nonno pescatore. “Avvenne allora che si formò quella cosa grigia e spaventosa-disse- quel turbine che devastò il cielo e il mare. Lo ricordo come una specie di imbuto: immenso dentro le nubi nere, stretto e uncinato sulla superficie dell'acqua. Quell'imbuto fratelli era una tromba d'aria e in un attimo investì mio nonno”. Per chi volesse una copia autografa di “Sotto il cielo di Hale-Bopp” l'autore presenterà l'opera ad Ancona, presso la libreria Feltrinelli, venerdì 8 Giugno alle 18.


Il Messaggero 15/05/2012
Ancona e la cometa
di Antonio Luccarini
Le pagine del romanzo di Riccardo Angiolani “Sotto il cielo di Hale-Bopp” pubblicato da Foschi Editore, costo 16 euro, sono affollate di personaggi, ciascuno dei quali si presenta così complesso e letterariamente evocativo da meritare una narrazione esclusivamente centrata su di lui. Joe Delirio, lo sbalordito Pascal, il travestito Berto-Berta, il vecchio marinaio, il ragazzo sperduto Niccolò, il tipo feroce soprannominato “La Lince”, la disinibita Nora, la signora Zenaide con i suoi segreti, il “Tappo”, sembrano tutti appartenere al mondo deformato e deformante delle storie a fumetti, con le loro vicende paradossali, con le loro azioni anomale e fuori d’ogni regola. Poi ci si accorge che l’effetto stralunato delle loro strampalate storie, narrate durante il passaggio della cometa “Hale-Bopp” nei nostri cieli, in un preciso momento storico, è soprattutto l’esito di una scrittura che si muove secondo modalità tutte personali, capace di spostare all’improvviso i toni ed i ritmi narrativi, mutando atmosfere e linguaggio, passando repentinamente, senza soluzione di continuità, dal comico all’horror, dal lirico al grottesco. E allora ci si rende conto facilmente che il materiale raccontato appartiene alle nostre mitologie urbane, frutto della elaborazione fantasiosa di sonnacchiose ed estenuate pratiche quotidiane: sono le figure che popolano i sogni e gli incubi di ogni città di provincia, assediata da perimetri escludenti, da confini apparentemente invalicabili. Si fa presto a diventare personaggio, mito, grottesca macchietta, figura da carta dei tarocchi, nelle nostre periferie territoriali, nell’asfittico vivere chiuso da orizzonti limitati. La cometa portatrice di sfortuna diventa il segno più vistoso delle angosce e delle paure del vivere marginale, sempre alle prese con le incompiutezze che l’esistenza consegna a tutti noi. L’effetto più sorprendente è la descrizione di una inedita Ancona notturna che fa da sfondo un po’ misterioso e un po’ ambiguo a storie sospese tra il divertente e il maledetto. Scorci reali, autentici paesaggi della nostra città che vengono trasformati e modificati in una sorta di effetto anamorfico dalla presenza di personaggi e di gesti del tutto eccentrici. Una bella prova, interessante e ardita nella sua costruzione, che tenta a suo modo anche di interpretare cadute e slanci di un certo momento del nostro recente passato e della generazione che ne è rimasta più fortemente segnata.

Horror.it  05/2012
www.horror.it/a/2012/05/sotto-il-cielo-di-hale-bopp-riccardo-angiolani

SOTTO IL CIELO DI HALE-BOPP – Riccardo Angiolani
di Simona Bonanni

Interessante romanzo “gotico provinciale” con risvolti pulp-gore per un altrettanto interessante collana diretta da Eraldo Baldini per l’editore Foschi.
L’autore Riccardo Angiolani, con un background di musicista, DJ e scrittore, formatosi nella cultura underground degli anni ’80 – che in questo suo scritto ha il suo bel ruolo – imbastisce una storia fatta di piccoli drammi personali, contrasti politici di periferia e vita piatta da piccola cittadina nell’Ancona di fine anni ’90, mentre in cielo scivola la nefasta cometa di Hale-Bopp, e un destino delirante e allucinato comincia pian piano a spingere i personaggi verso un viaggio senza ritorno.
Joe Delirio, Berto/Berta e Pascal sono i protagonisti di un’avventura che inizia con un tipico colpetto da dilettanti che ha quasi del mitologico (il furto di un naso d’oro che arriviamo a dubitare possa realmente esistere), e che per una pessima concatenazione di eventi finisce per infognarsi in una spirale assurda di violenza, mentre tutto attorno a loro si trasforma in  un incubo impregnato di sangue, materia cerebrale e amputazioni. La tragedia esplode all’improvviso, come un calcio in faccia, e si costruisce in un’alternanza di visionari flashback che aumentano la sensazione di claustrofobia e angoscia.
Angiolani affonda a piene mani nei suoi ricordi di Ancona, nei tratti più spregiudicati della vita notturna, tra musica gothic anni ’80 e centri sociali, nell’horror di serie B, quello che regala secchiate di sangue senza un preciso perché, nell’assurdo tarantiniano. Tratteggia con gusto personaggi “tipo” che muove all’interno di una scacchiera sempre più articolata, a volte perdendo in approfondimento psicologico, ma spingendo comunque con efficacia sul pedale della metafora e trasformando la sua storia, per quanto a volte appesantita da qualche cliché di troppo, una una palla di fuoco che precipita alla velocità della luce verso un tragicissimo epilogo.
La sua è una specie di fiaba pervertita, la rielaborazione di una quest medievale sporcata da tratti moderni e grigiamente cittadini, in cui gli eroi diventano dei problematici bulletti frustrati e disadattati, e ogni personaggio perde la sua patina d’innocenza e vive ai margini della vita, pronto ad essere semplicemente colto dal destino come una mela dall’albero delle vittime sacrificali. Un gigantesco dramma senza senso in cui ognuno è allo stesso tempo mostro e vittima, sul cui sfondo, come comete appunto, passano eventi storici e sociali altrettanto tragici.
L’autore affronta solo apparentemente un tema facile, in verità mette molta carne al fuoco (anche solo a livello subliminale) e gestisce molteplici intrecci, forse non sempre al meglio, ma con schietta sincerità d’intenti, e alla fine risulta comunque capace di rovesciarci addosso sufficiente tensione senza lasciare adito al dubbio di aver creato solo dei meri pretesti per un bagno di sangue gratuito. Per le raffinatezze stilistiche aspettiamo volentieri le sue prossime prove.
Sotto il Cielo di Hale-Bopp - VOTO: 3,5/5

Glamour Blog - Ho un libro in testa 15/05/2012
http://hounlibrointesta.glamour.it/2012/05/15/riccardo-angiolani-vi-racconto-sotto-il-cielo-di-hale-bopp/
di Chicca Gagliardo
Riccardo Angiolani: vi racconto “Sotto il cielo di Hale-Bopp”
Incontriamo Riccardo Angiolani che ci racconta come e perché ha scritto Sotto il cielo di Hale-Bopp, un romanzo nato sotto il segno di una misteriosa stella cometa che ci pone una domanda: la verità è quella che vediamo da vicino o quella che vediamo da lontano?
Alla fine, Riccardo ci fa leggere anche un capitolo del suo libro. Buona lettura.

IL CAOS DELLA PROSPETTIVA
 di Riccardo Angiolani


Siamo nella primavera del 1997 e in quella porzione di Universo visibile dalla tranquilla città di Ancona sfreccia luminosa la cometa di Hale-Bopp, portatrice di sventure, come vogliono alcune dicerie popolari, o forse solo freddo astro celeste, indifferente alle faccende di noi umani. Intanto, in quella stessa minuscola porzione di Terra, si consumano tragiche e comiche avventure, si bruciano amori, si perde il senno, si celebrano strani riti, si ingaggiano inseguimenti e si compiono sgangherati omicidi. Un vortice di eventi messo in moto dai tre protagonisti della storia – il dj/scrittore Joe Delirio, il delinquentello Pascal e il travestito Berto/Berto – che s’intrufolano, nottetempo, nell’appartamento dell’anziana Zenaide Mustacci per recuperare uno strano amuleto.
In “Sotto il cielo di Hale-Bopp”, il mio romanzo uscito in queste settimane per i tipi di Foschi editore, la narrazione degli eventi non segue il filo cronologico, ma si dipana seguendo gli accadimenti di storie che si incrociano, ognuna delle quali porta avanti una porzione della storia principale, sfasandone in questo modo l’ordine temporale. Così, la domanda che deve porsi il lettore non è “Come andrà a finire?”, quanto, piuttosto: “Come e perché si è finiti dove si è finiti?”. Perché in fondo è questo la vita: una sequenza caotica di eventi capaci di sopraffarci, come succede ai personaggi del romanzo, e che spesso ci costringe a chiederci, spaesati e spaventati: «Ma come sono finito in questa situazione?». E questi eventi ci appaiono tanto più caotici e terribili, quanto più ne siamo protagonisti (non di rado anche involontari). Eppure, è sufficiente allontanarsi un po’, guardare il tutto da una certa distanza (spaziale o temporale), con un certo distacco e, come per magia, ecco apparire i gangli che tengono insieme le cose, gli eventi; e il mondo, che prima sembrava impazzito, riacquista, se non un senso, almeno un ordine, una spiegazione (magari di superficie) e anche una logica, per quanto talvolta stramba, inaccettabile, dolorosa. Mi viene in mente una frase di Italo Calvino, da “Il sentiero dei nidi di ragno”: «Ma è notte e le lucciole emettono intermittenti bagliori; meravigliose bestie, se viste da lontano; schifose anche loro, se viste da vicino». Ora la domanda che segue è: ma la verità è quella che vediamo da vicino o quella che vediamo da lontano? Il mondo è davvero il caos che ci investe senza pietà quando lo vediamo dal di dentro, oppure siamo noi incapaci di dare a esso un ordine perché troppo coinvolti/travolti e quindi la verità è la logica che si riesce a trovare solo guardando quegli stessi accadimenti da lontano, con la freddezza del tecnico, dell’investigatore? Pormi questa domanda è già stato faticoso; non chiedetemi di trovarne la risposta.

 














lunedì 27 febbraio 2012

Riflessione breve

In Italia c'è gente che confonde la libertà col liberismo (una larga fetta del Pd); e altra che confonde il liberismo con faccio quel cazzo che mi pare (Pdl).

Riflessione breve

Le generalizzazioni non dicono la verità, dicono grandi bugie sulla base di una piccola verità.

giovedì 28 aprile 2011

Sui paradossi della democrazia

Prendo spunto dall’articolo Non c’è più tempo di Alberto Asor Rosa, pubblicato il 13 aprile su “Il Manifesto”, per fare una breve riflessione sui paradossi della democrazia. Vediamo cosa scrive il professor Asor Rosa:

«C’è sempre un momento nella storia delle democrazie in cui esse collassano più per propria debolezza che per la forza altrui, anche se, ovviamente, la forza altrui serve soprattutto a svelare le debolezze della democrazia e a renderle irrimediabili (…) Oggi in Italia accade di nuovo perché un gruppo affaristico-delinquenziale ha preso il potere (si pensi a cosa ha significato non affrontare il “conflitto di interessi” quando si poteva!) e può contare oggi su di una maggioranza parlamentare corrotta al punto che sarebbe disposta a votare che gli asini volano se il Capo glielo chiedesse. I mezzi del Capo sono in ogni caso di tali dimensioni da allargare ogni giorno l’area della corruzione (…) E’ stata fatta la prova di arrestare il degrado democratico per la via parlamentare, e si è visto che è fallita (…) Si potrebbe dire che oggi la democrazia in Italia si dissolve per via democratica, il tarlo è dentro, non fuori (…) La domanda è: cosa si fa in un caso del genere, in cui la democrazia si annulla da sé invece che per una brutale spinta esterna? (…) E’ arrivato in Italia quel momento fatale in cui, se non si arresta il processo e si torna indietro, non resta che correre senza più rimedi né ostacoli verso il precipizio. Come? (…) Dico subito che mi sembrerebbe incongrua una prova di forza dal basso, per la quale non esistono le condizioni, o, ammesso che esistano, porterebbero a esiti catastrofici (…) Ciò cui io penso è invece una prova di forza che, con l’autorevolezza e le ragioni inconfutabili che promanano dalla difesa dei capisaldi irrinunciabili del sistema repubblicano, scenda dall’alto, instaura quello che io definirei un normale “stato d’emergenza” (…) Restituisce l’Italia alla sua più profonda vocazione democratica, facendo approdare il paese ad una grande, seria, onesta e, soprattutto, alla pari consultazione elettorale. Insomma: la democrazia si salva, anche forzandone le regole.»
Aberto Asor Rosa, “Il Manifesto”, Non c'è più tempo, 13/04/2011.

Asor Rosa, dunque, sostiene che in Italia la democrazia stia collassando; e afferma che ciò non avviene per opera di forze esterne a essa (un golpe, per esempio), ma per via democratica, per mano di un gruppo affaristico-delinquenziale di politici democraticamente eletti grazie alla forzatura di delicati equilibri della stessa vita democratica (come il controllo smisurato dell’informazione attraverso tv e giornali). Questi politici, ora, muovendosi sul limite della legalità democratica, capeggiati da un leader carismatico e populista a cui ubbidiscono ciecamente, stanno smantellando la democrazia stessa, colpendola nei suoi capisaldi (lo Stato di diritto, la separazione dei poteri, la difesa e la tutela del “pubblico” in tutte le sue forme, la prospettiva dell’alternanza di governo) al fine di garantirsi privilegi personali e assicurarsi il mantenimento del potere politico. Ciò avviene non con atti di brutale forza fisica, ma modificando in corsa, attraverso i procedimenti democratici (spesso con forzature o fantasiose e discutibili interpretazioni di questi stessi procedimenti), le regole del gioco, in modo da sfavorire, quando non imbrogliare (si veda il tentativo legale e furbesco di far saltare il referendum sul nucleare), l’avversario politico in ogni modo. Cosa fare? Una rivoluzione? Troppo rischiosa, e poi non è detto che ci siano in campo le forze adeguate per riuscire. Allora un “golpe democratico”. Sembrerebbe un ossimoro, a sentirlo così. E comunque è una parola, golpe (tra l’altro mai scritta da Asor Rosa), che fa sobbalzare sulla sedia e che al sottoscritto evoca scenari cupi, per niente rassicuranti, neppure se il colpo di Stato viene fatto per fini democratici, con la rassicurazione che, ristabilite le regole democratiche, si torna immediatamente (ma quanto immediatamente? il tempo, in questi casi, non è questione di poco conto) a votare liberamente per scegliere il nuovo parlamento e il nuovo governo. Il tutto, come immagina Asor Rosa, sotto la stretta sorveglianza dell’Unione Europea.

(Una situazione simile si sta verificando proprio in questi mesi in Egitto, dove una rivoluzione pacifica dal basso e un golpe democratico dall’alto, portato avanti dall’esercito, ha costretto l’ex presidente-dittatore Mubarak alle dimissioni. Ora la situazione è, giocoforza, nelle mani dell’esercito che gestisce la fase transitoria che porterà il popolo egiziano a nuove libere elezioni. Ma ci si può fidare dell’esercito? Non dobbiamo mai dimenticare che i soldati sono armati e rispondono a un corpo fortemente gerarchico abituato agli ordini, non alla democrazia.)

Come è intuibile, la proposta politica di Asor Rosa ha suscitato polemiche, sdegno, condanna, prese di distanza; e non solo nel campo dei manganellatori mediatici filo-Pdl, ma anche nei meno feroci ambiti dei cosiddetti moderati e persino da aree politiche amiche. D’altronde, lo scenario di un golpe, non fa certo venire in mente la primavera...
Ma veniamo ora al nocciolo della questione: i paradossi e le contraddizioni del regime democratico. La legge del 20 giugno 1952, n. 645, “Norme di attuazione della XII disposizione transitoria e finale (comma primo) della Costituzione” recita:

1. Riorganizzazione del disciolto partito fascista.
Ai fini della XII disposizione transitoria e finale (comma primo) della Costituzione, si ha
riorganizzazione del disciolto partito fascista quando una associazione, un movimento o comunque un gruppo di persone non inferiore a cinque persegue finalità antidemocratiche proprie del partito fascista, esaltando, minacciando o usando la violenza quale metodo di lotta politica o propugnando la soppressione delle libertà garantite dalla Costituzione o denigrando la democrazia, le sue istituzioni e i valori della Resistenza, o svolgendo propaganda razzista, ovvero rivolge la sua attività alla esaltazione di esponenti, princìpi, fatti e metodi propri del predetto partito o compie manifestazioni esteriori di carattere fascista.
2. Sanzioni penali.
Chiunque promuove, organizza o dirige le associazioni, i movimenti o i gruppi indicati nell’articolo 1, è punito con la reclusione ecc ecc...


In soldoni: sono possibili tutti i partiti e i movimenti politici nella democrazia italiana tranne il partito fascista o un qualsiasi altro partito che alle idee del partito fascista si ispira. Non è forse una legge antidemocratica questa? Certo che lo è. Ma è vitale alla sopravvivenza stessa della democrazia. In altre parole: la democrazia, paradossalmente, deve contemplare nel proprio organismo un po’ di antidemocrazia (norme antidemocratiche) al fine di proteggere se stessa da possibili attacchi antidemocratici (non si può far competere elettoralmente un partito che, se vincesse le elezioni, abolirebbe immediatamente le elezioni stesse, bandirebbe tutti gli altri partiti e instaurerebbe di fatto una dittatura, anche se questo partito, in un determinato momento storico, fosse espressione della maggioranza del popolo). Insomma, la democrazia deve essere antidemocratica con gli antidemocratici per salvaguardare se stessa (ma potremmo anche dire che la democrazia deve avere in sé un po’ di fascismo ed essere fascista con i fascisti per non morire essa stessa di fascismo). E’ lo stesso principio della medicina omeopatica. Ma qual è il limite entro il quale - dobbiamo allora chiederci - ingerire il veleno ci rende immuni dal veleno stesso senza avvelenarci? Qual è la percentuale di antidemocrazia sana (chiamiamola così) che garantisce la democrazia dall’antidemocrazia (o totalitarismo)?
Detto questo, torniamo dunque al nostro punto di partenza, ovvero all’articolo di Asor Rosa, e non si può che restare perplessi osservando lo sdegno e il clamore suscitati da un’ipotetica forzatura delle regole democratiche per salvaguardare la democrazia, quando la stessa democrazia, nelle sue leggi già in vigore, nega in parte se stessa per salvare se stessa. Insomma, in punta di principio non c’è molto di cui scandalizzarsi. Le questioni, semmai, sono altre. Prima fra tutte: siamo davvero in una situazione così grave per cui si ha la necessità di una soluzione così altrettanto grave? E se sì: quanto profondo e incisivo deve essere l’intervento, ovvero, per tornare alla metafora omeopatica, quanto veleno possiamo iniettare senza rischiare di ammazzare la nostra democrazia? E chi dovrebbe fare il medico? E chi il dirigente dell’azienda ospedaliera? Una serie di interrogativi di non poca importanza, perché da essi dipendono la sopravvivenza o meno del nostro paziente. Asor Rosa ritiene la nostra democrazia moribonda e quindi, a suo avviso, l’intervento eccezionale sarebbe auspicabile; e indica anche un possibile medico (carabinieri e polizia). Ma ecco sorgere altre domane e altri dubbi: si tratterebbe di un’iniziativa tutta in mano ai militari (polizia, carabinieri ecc ecc), da loro cioè decisa e condotta, oppure la regia spetterebbe a una istituzione democratica? E quale istituzione democratica potrebbe arrogarsi il diritto di somministrare il farmaco: la Magistratura? il Capo della Stato? la Corte costituzionale? la Corte dei conti? Ma, soprattutto, ci sono oggi in Italia uomini di altissimo rigore morale e di provata fede democratica nelle cui mani possiamo noi mettere, in piena fiducia, il bisturi con cui salvare il nostro futuro democratico?



Linkografia
Giuliano Ferrara,"Il Giornale", Attenti, c'è una sinistra che incoraggia il golpe.
Giuliano Ferrara, Rai 1, Radio Londra.
Furio Colombo, "Il Fatto Quotidiano", Asor Rosa, la follia come liberazione.
Pierluigi Sullo, "Il Manifesto", Non esistono «dittature democratiche».
Pierluigi Battista, "Corriere della Sera", I Fantasmi della Sinistra e l’Uso delle Parole esplosive.
La stanza di Candaules, Cum grano salis: ancora sul Paradosso della democrazia.

mercoledì 27 aprile 2011

Sulle parole del processo lungo

Si è detto molto sull’uso delle parole in politica fatto dalla destra di Berlusconi. Per esempio, si è parlato dello “scendere in campo” come a indicare un arrivo dall’alto nell’agone politico (che è ben diverso da un "prestarsi al servizio di"). Al suo ingresso nella politica, nel 1994, Berlusconi parlò di “azienda Italia” , e già da subito si doveva capire quali sarebbero state le sue mosse future. Perché se l’Italia è una azienda, chi sta al vertice dell’azienda ne è il proprietario o l’amministratore unico e non il primo ministro, cioé un uomo al servizio dello Stato (e questo spiega bene il fastidio di Berlusconi per le altre istituzioni); e i cittadini, nel migliore dei casi, sono dei dipendenti, con tutto ciò che ne consegue. Non dimentichiamo, tuttavia, che già da tempo veniamo più spesso considerati, invece che cittadini, consumatori.
Ma entriamo nello specifico del dibattito di queste settimane sul processo breve e i suoi derivati. Come sempre, il governo Berlusconi è abile nel fare equilibrismi lessicali. L’equivoco di fondo, con cui si vuol far credere che l’Europa chiede un processo breve e che questo processo breve è un bene per tutta la collettività che lo reclama a gran voce, sta tutto nella scelta dell’aggettivo con cui è posta la questione: il processo è lungo. Perché se il processo è lungo, la soluzione sarà un processo breve; e se la soluzione è un processo breve, allora le scelte strategiche dovranno mirare a rendere più corto il tempo a disposizione dei magistrati per fare il processo (di qui la prescrizione breve e le altre proposte in discussione). Che poi questo sia fonte di giustizia ingiusta e che aggravi le carenze del nostro sistema giudiziario, non è questione che importi, a quanto pare. Ma se noi cominciassimo a chiamare le cose con il proprio nome, a smascherare le ambiguità e a diradare la nebbia dell’equivoco, salterà subito all’occhio come, da parte di qualcuno, si sia artatamente creata confusione attorno all’argomento col fine di confondere i meno attenti. Dunque: proviamo a sostituire l’aggettivo lungo con l’aggettivo lento e vediamo cosa succede. Se il processo non è lungo, ma è lento, ne consegue che non gli si opporrà come soluzione un processo breve, ma un processo rapido; questo comporterà così una diversa metodologia per risolvere la questione, che sarà finalizzata non ad accorciare i tempi a disposizione, ma ad aumentare le risorse (in termini economici, di personale, di attrezzature e così via) affinché il processo termini nei tempi prestabiliti (con l’assoluzione degli innocenti, la condanna dei colpevoli, il risarcimento delle vittime, insomma: la giustizia) e non cada in prescrizione. Come appare chiaro, è sufficiente sostituire l’aggettivo lento a lungo per avere risultati diametralmente opposti e, quindi, soluzioni opposte e opposte ricadute sulla società. Ci si chiederà: ma è possibile che il Governo non se ne sia accorto? Possibile che siano tutti così poco avveduti da inciampare in un banale problema di aggettivi? Il fatto è che a Berlusconi un processo rapido fa orrore! Processo rapido significherebbe che i processi che lo vedono imputato andrebbero a buon fine, rivelandoci, finalmente, la sua innocenza o la sua colpevolezza. Il processo, per Berlusconi, deve essere necessariamente breve, così breve, possibilmente, che non si riesca neppure a celebrarlo. E comunque, nel caso, alla difesa si dovrà dare la possibilità di rallentarlo il più possibile, pur di farlo andare in prescrizione (si veda in proposito l’emendamento del capogruppo Pdl in commissione Giustizia, Franco Mugnai, al ddl sul “giudizio abbreviato”, che consente alla difesa di presentare elenchi infiniti di testimoni; e prevede che una sentenza passata in giudicato non potrà più considerarsi prova definitiva in un processo). Insomma, non è una formalità, ma una questione di qualità.

giovedì 14 aprile 2011

Provo ad aprire un blog

Provo ad aprire un blog. E lo intitolo Ripensandoci.
Il "ripensarci" è una mia caratteristica. Forse un difetto. O magari un pregio. Sì, un pregio, perché il ripensare è il mio modo per prendere tempo, per riflettere con calma, per ragionare a freddo, al riparo da fuorvianti pulsioni emotive. Un affidarsi alla ragione, alla razionalità, alla logica ferrea e matematica. Senza mai dimenticare che alla fine siamo uomini, non funzioni. Ecco, questo faccio quando "ripenso". Ma a dirla tutta, fuori da ogni nobile alibi, il mio "ripensare" è anche una latitanza, il segno di una carenza: l'incapacità, in una situazione data, a una pronta reazione. Magari emotiva e sconclusionata, confusa anche, ma, almeno nell'immediato, efficace: per parare colpi, evitare buche, soccorrere, attaccare, difendersi...
Comunque sia, resta l'atto del ripensare: alle cose viste, agli eventi vissuti in prima persona e no, alle parole dette o non dette ma che avrei voluto dire, a quelle ascoltate o che avrei voluto ascoltare o non ascoltare, a ciò che ho fatto o non ho fatto; a ciò che ho subito, magari in silenzio, in nome di un malinteso senso di responsabilità, quando, non addirittura, di superiorità.
Un blog di rovelli e seghe mentali, dunque?
No. Anche perché difficilmente parlerò del mio privato.
Ora le domande sono: chi mai leggerà queste pagine? E perché dovrebbe leggerle?
Alla prima non so rispondere. Alla seconda non posso, se non altro per una forma di eleganza. In ogni caso, a coloro che che si imbatteranno in questi scritti auguro una buona lettura. Io farò del mio meglio per non annoiarli.